Lieve

Intervista a Enzo Mari

Posted in Personaggi by Kuka on marzo 6, 2006

Pubblico una bella intervista fatta dal mio studio ad ENZO MARI qualche anno fa.

AAA Cercasi Imprenditore, Intervista a Enzo Mari

Una buona occasione per parlare del design con uno dei suoi maestri.
Tra breve inizierà la consueta kermesse del Salone del Mobile.
 

Cosa pensa che Milano possa ricevere dal design e cosa dare?
Prima
di tutto dobbiamo chiarire cosa sia il design. Il design è la sintesi
di una miriade di componenti diverse che vanno dalla tecnica alla
filosofia. Obiettivo ambizioso, forse irraggiungibile, perché nessuno
conosce e padroneggia tutto. In realtà il vero design è quello che
modifica, anche di poco dei comportamenti.

Si riferisce agli utilizzi?
Non solo. Un
oggetto di design può anche cambiare il sistema di produzione. Ad
esempio si deve poter pretendere che sia prodotto nel rispetto dei
lavoratori e dell’ambiente.
Ma spesso si accusano i designer di fare oggetti che costano troppo…
Costano
il giusto, se si tiene conto di quanto detto prima e del valore che si
deve dare all’idea e al progetto. Spesso i migliori prodotti di design
non sono stati dei successi commerciali. Lo sono diventati alla lunga,
dopo dieci, quindici anni.

In Lombardia, e a Milano in particolare, l’economia locale deve molto al design?
Ci sono
molte imprese, spesso molto piccole, che producono oggetti di design.
Purtroppo però la classe media sta scomparendo e, di conseguenza, anche
il mercato di riferimento. Si progetta e si produce per persone che
oltre a poter acquistare devono essere anche in grado di poter
comprendere il valore culturale del progetto. E sono sempre di meno.

E le imprese che ruolo giocano?
Il design
non potrebbe esistere senza le aziende. L’imprenditore è un grande
creativo. Non progetta forme, ma deve comprendere la potenzialità di un
progetto e avere il coraggio per produrlo, rischiando del suo.

E il designer che rapporto ha con l’impresa?
Molto
stretto. Deve essere un dialogo continuo che consente di inventare
anche nuovi modi di produrre. Quando si fa qualcosa ci si può limitare
ad accettare le cose così come sono o al massimo ad odiarle. Ma, come
dico anche nel libro appena uscito (La valigia senza manici, Bollati
Boringlieri, n.d.r.) anche un lavapiatti può cambiare il mondo se
riflette su come può migliorare il lavoro che fa. Il design è un
continuo misurasi con obiettivi ambiziosi, anche utopici, che ti
coinvolgono. Quando ero un po’ più giovane mi toccava discutere con i
tramvieri perché cercavo di portare una putrella da 100 Kg sul tram. Mi
serviva per i miei progetti e ero disposto a fare la fatica e ad
affrontare la discussione.

Milano quindi ha giocato un ruolo importante?
Quando
arrivai a Milano, subito dopo la guerra, mi ritrovai in una città
bellissima, internazionale sotto tutti i punti di vista: c’erano
persone di tutte le regioni d’Italia e di tutti i ceti sociali. C’erano
gli artisti, gli intellettuali e gli operai. Era una città viva. Adesso
si sta svuotando e progressivamente invecchia. Gli unici operai rimasti
sono le badanti…

Ma la città influenza così tanto il progettista?
Tutti siamo
influenzati dal luogo in cui viviamo, sia che siamo quelli che
producono che quelli che consumano. Le città sono una sorta di enormi
karaoke formali. Mentre chi canticchia una canzone passeggiando in
bicicletta può commuoverci o farci sorridere, chi costruisce
semplicemente imitando, come se cantasse canzoni di altri, ci danneggia
perché impoverisce l’ambiente in cui viviamo quotidianamente. Ma c’è
anche di peggio.

In che senso?
In questo
periodo frequento molto il Giappone. Ci sono alcuni enormi edifici, che
possono contenere fino a 10.000, 15.000 persone, dedicati al pacinko.
Li ho visitati, incuriosito, e mi sono trovato di fronte a migliaia di
persone che, sedute davanti a un grande schermo che assomiglia ai
vecchi flipper giocano. Il gioco consiste nell’acquistare una scatola
che contiene un migliaio di biglie. Si inseriscono le sfere che
automaticamente, una ad una, vengono fatte cadere lungo un percorso.
Talvolta, assolutamente casualmente, si accendono delle luci che danno
punti. Se si raggiunge il punteggio si vince. Si vince un’altra scatola
di biglie. Questo scenario mi preoccupa: spero non ci si ritrovi a
essere come le biglie che fortunosamente fanno accendere delle luci
della città mentre un pubblico lontano ci guarda.

(Da MdG)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: